ATTACCHI DI PANICO E DISTURBO DA ATTACCHI DI PANICO - Nazaria Palmerone
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ATTACCHI DI PANICO E DISTURBO DA ATTACCHI DI PANICO

 

foto attacchi panicoGli attacchi di panico sono definiti nel DSM IV TR (2000) come periodi delimitati a insorgenza improvvisa, di intensa apprensione, paura, o terrore, spesso associati con sentimenti di morte imminente, durante i quali vi sono sintomi come: respiro corto o sensazioni di soffocamento; palpitazioni, batticuore, o tachicardia; dispnea; e paura di impazzire o di perdere il controllo.
Gli attacchi di panico possono essere inaspettati (e isolati), se l’insorgenza dell’attacco non risulta associata con un fattore ambientale di scatenamento; provocati dalla situazione, se l’attacco di panico quasi invariabilmente si manifesta immediatamente dopo l’esposizione al in previsione del fattore situazionale di scatenamento; sensibili alla situazione, se l’attacco di panico si manifesta più probabilmente dopo l’esposizione a un fattore situazionale di scatenamento, ma non risulta ad esso invariabilmente associato.

 

Disturbo da Attacchi di Panico (DAP)

Il Disturbo da Attacchi Panico (DAP) è diagnosticato in presenza di Attacchi di Panico inaspettati ricorrenti, seguiti da uno o più dei seguenti sintomi per almeno 1 mese:
a) preoccupazione persistente di avere altri attacchi
b) preoccupazione a proposito delle implicazioni dell’attacco o delle sue conseguenze (per es., perdere il controllo, avere un attacco cardiaco, “impazzire”)
c) significativa alterazione del comportamento correlata agli attacchi.

Per giustificare la diagnosi di dap, inoltre, gli attacchi di panico non devono essere meglio giustificati da un altro disturbo mentale o essere dovuti agli effetti fisiologici diretti di una sostanza o di una condizione medica generale.
Il dap può essere definito con o senza agorafobia, a seconda se ad esso è associata la paura di trovarsi in luoghi da cui potrebbe essere difficile allontanarsi o ricevere aiuto in caso di attacco di panico, che porta o a evitare tali situazioni, o a sopportarle con notevole disagio o a richiedere la presenza di un’altra persona.
Per quanto riguarda il meccanismo che dal primo attacco di panico conduce a sviluppare un vero e proprio disturbo, nel periodo precedente al primo attacco di panico la persona spesso sperimenta un livello di stress elevato (es. problemi familiari, di lavoro, cambiamenti importanti nella qualità della vita o nella generale organizzazione familiare, frustrazioni o relazioni particolarmente impegnative ecc), che però viene minimizzato, perché pensa di non esserne sensibile o esserne immune. L’esperienza del primo episodio di panico, però, rappresenta da una parte un evento traumatico, per via dell’esperienza di uno stato acuto di ansia, e dall’altro fornisce una nuova dimensione di conoscenza, cioè avere gli attacchi di panico, i sintomi specifici, i sentimenti di urgenza; questi due aspetti portano, perciò, il soggetto successivamente a sviluppare una particolare attenzione ai segni precoci e premonitori di un successivo attacco (ipervigilanza o attenzione selettiva) e in questo stato ad attivare l’atteggiamento ansioso con i noti correlati fisiologici (tensione prolungata, iperventilazione, amplificazione delle sensazioni somatiche). Tra il secondo e i successivi attacchi di panico si sviluppa così la sindrome completa caratterizzata da un preciso circolo vizioso: l’anticipazione dell’ansia data dalla ricerca attentiva dei sintomi genera ansia – lo stato di ansia conduce alle sensazioni di panico imminente (tensione prolungata, iperventilazione, amplificazione delle sensazioni somatiche) – i sintomi vengono interpretati in chiave catastrofica ed estrema per via di distorsioni cognitive (in particolare la catastrofizzazione e la selezione attentiva)- il soggetto ha un attacco di panico (vedi grafico di seguito). Su questo meccanismo si inseriscono, poi, i fattori di mantenimento.

Eziologia del Disturbo da Attacchi di Panico
Come tutti i principali disturbi psicologici, anche il dap deriva dalla combinazione e interazione di fattori di rischio, fattori precipitanti e fattori di mantenimento.
Tra i fattori di rischio i più importanti sono:
– ­malattie fisiche che producono persistenti anormalità neurochimiche (ipertiroidismo) o continue paure di disastro imminente (prolasso della valvola mitrale)
– traumi dello sviluppo che conducono a vulnerabilità specifiche
– esperienze od identificazioni con modelli (genitori, insegnanti, altri adulti significativi) inadeguati a fornire modalità appropriate per fronteggiare le situazioni critiche, come derivato da uno stile educativo ansioso e iperprotettivo, che rende insicuri, ansiosi e dipendenti
– caratteristiche di personalità, consistenti essenzialmente in una sensibilità agli stimoli ansiogeni, che si manifesta in particolare con lo stile di pensiero catastrofico.
I fattori precipitanti il problema possono essere:
– ­malattie fisiche e sostanze tossiche
– gravi stress esterni (esposizioni a pericoli fisici o psicologici)
– stress esterno cronico ed insidioso (es. continua e sottile disapprovazione da parte degli altri significativi), soprattutto se colpisce la specifica vulnerabilità emotiva (es. l’imposizione di una rigida disciplina militare ad un individuo autonomo; aumento di responsabilità con un nuovo lavoro o con la genitorialità; insuccessi lavorativi o nelle relazioni di coppia; trasferimenti; distacco dai genitori; ecc.).
I fattori di mantenimento del problema e su cui si interviene nel trattamento sono:
– i comportamenti di evitamento (es. non utilizzare automobile, autobus, metropolitana, treno o aereo; non frequentare luoghi chiusi (es. cinema); non allontanarsi da zone considerate sicure (es. casa); non compiere sforzi fisici)
– comportamenti protettivi o di sicurezza (es. portare con sé farmaci per l’ansia; muoversi solo in zone in cui sono presenti strutture mediche; allontanarsi da casa solo se accompagnati da persone di fiducia; tenere sempre sotto controllo le uscite di sicurezza)
– un’attenzione focalizzata eccessivamente (attenzione selettiva) su tutti quei fattori che possono segnalare l’insorgenza di un nuovo attacco (per esempio condizioni della situazione esterna o sintomi interni all’organismo)
– pensieri, preoccupazioni o vere e proprie convinzioni disfunzionali (es. pensieri come “avrò un attacco di cuore”, “sto perdendo il controllo”, “avrò un attacco di panico” o convinzioni di vulnerabilità, mancanza di autonomia, insopportazione, scarsa tolleranza alla frustrazione, perfezionismo, elevati standard)
– i vantaggi secondari alla malattia, come l’essere accuditi, accompagnati e aiutati da madre, marito ecc.

Epidemiologia e Trattamento del DAP
Secondo il DSM-IV-TR (2000), l’età di esordio per il disturbo di panico varia considerevolmente, ma si colloca più tipicamente tra la tarda adolescenza ed i 35 anni, con due picchi di maggior frequenza, uno nella tarda adolescenza e l’altro verso i 35 anni. Un esiguo numero di casi inizia nell’infanzia, mentre l’esordio dopo i 45 anni è insolito, sebbene possibile. La prevalenza anche in Italia nel corso della vita del disturbo di panico (con o senza agorafobia) va dal 1,5% al 3,5%. La prevalenza in un anno è compresa tra l’1% ed il 2%. Il disturbo è 2-3 volte più frequente tra le donne rispetto agli uomini.
In particolare negli ultimi anni si è registrato un aumento degli attacchi di panico e del disturbo conseguente anche tra gli uomini, soprattutto manager e professionisti, tanto che secondo l’Organizzazione mondiale della sanità entro il 2020 sarà la patologia più diffusa al mondo, dopo i disturbi cardiovascolari. Questo probabilmente è dovuto all’influenza che hanno alcuni fattori socioculturali sulle persone predisposte in tal senso, di cui si è già detto parlando dell’ansia in generale.
Come per tutti gli altri disturbi d’ansia il trattamento del dap, dopo una fase di ricostruzione del problema e di psicoeducazione sugli attacchi di panico, i suoi meccanismi e le sue conseguenze, dovrà riguardare tutti gli aspetti coinvolti nel mantenimento del disturbo, ovvero quello fisiologico, in particolare insegnando tecniche di rilassamento per imparare a tenere sotto controllo e a ridurre le reazioni fisiologiche di ansia e panico, quello comportamentale, aiutando la persona gradualmente ad esporsi alle situazioni temute, sia interne, sia esterne e ad eliminare i comportamenti protettivi o di sicurezza, riducendo così l’attenzione selettiva a condizioni esterne o interne all’organismo, e quello cognitivo, ridimensionando in senso più funzionale alcune convinzioni irrazionali ed errori di ragionamento che hanno le persone con questo disturbo.
Una tecnica semplice, ma allo stesso tempo molto efficace per gli attacchi di panico e il dap, è la respirazione lenta diaframmatica, che essendo più lenta aiuta a tenere sotto controllo e, poi, ridurre l’iperventilazione, cioè il respiro veloce, che, come si è visto, è all’origine della crisi di panico.

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